Malpractice medica, paziente muore dopo liposuzione: due anni all’anestesista

Giovane paziente si sottopone a un banale intervento di liposuzione e muore dopo sei giorni di agonia: il Tribunale, in primo grado, accerta la colpa medica dell’anestesista, che avrebbe potuto evitare il decesso.

Una giovane ex modella, poco più che quarantacinquenne, non soddisfatta di quello che riteneva essere un fastidioso accumulo di grasso sui fianchi, qualche anno addietro decide di sottoporsi a un intervento di liposuzione; l’operazione ha esito positivo, però le lascia una piccola imperfezione che il chirurgo, d’accordo con la donna, decide di rimuovere dopo un paio d’anni.

La donna, perciò, si reca nella stessa clinica specializzata in chirurgia e medicina estetica per sottoporsi a un nuovo intervento di liposuzione: si tratta di un’operazione di routine che non desta preoccupazioni, tant’è che la donna, per nulla preoccupata né per l’intervento né per la fase post-operatoria, prenota per lei e il marito un hotel nella città in cui si trova la clinica, per trascorrervi la notte successiva all’operazione.

La mattina dell’operazione, dopo circa tre ore dall’inizio dell’intervento, in sala operatoria qualcosa non va: la procedura di liposuzione viene interrotta e la donna, che nel frattempo è andata in arresto ed è stata rianimata e intubata, viene trasferita d’urgenza presso il locale Ospedale.

Dopo sei giorni di ricovero, la donna decede a causa di una condizione di ipossia con conseguenti episodi di bradicardia, generati da un mix di farmaci anestetici usati per la sedazione, secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura della Repubblica nei confronti dell’anestesista. Secondo l’accusa, l’anestesista non si sarebbe proprio accorta di questi effetti avversi sulla paziente, tanto da non somministrare alcun trattamento farmacologico volto a migliorare la situazione dell’ossigeno e la frequenza cardiaca della donna.

La normativa violata

La normativa di riferimento per ogni professionista esercente la professione sanitaria è la legge n. 24/2017 (conosciuta come legge Gelli Bianco), avente ad oggetto la responsabilità medica. Secondo questa legge l’esercente la professione sanitaria, nell’esercizio dell’attività medica, deve attenersi alle raccomandazioni previste nelle linee guida pubblicate da istituzioni pubbliche e private, da società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie iscritte in un apposito elenco regolamentato dal Ministero della salute e aggiornato ogni due anni. Se non esistono, per quella determinata materia/attività, le linee guida, il professionista medico dovrà invece improntare la propria attività al rispetto delle buone pratiche clinico-assistenziali.

Sotto il profilo della responsabilità penale del medico per le lesioni o la morte del paziente, la legge Gelli Bianco ha introdotto nel codice penale l'art. 590 sexies, il quale stabilisce che qualora l'evento si verifichi a causa di imperizia, il professionista sanitario non può essere punito se ha rispettato le linee guida o, in mancanza, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni ivi previste siano adeguate al caso concreto e alle sue specificità.

Sotto il profilo pratico, va specificato che esiste un’apposita sezione del sito dell’Istituto superiore di Sanità all’interno della quale è possibile consultare le linee guida e i successivi aggiornamenti integrati nel Sistema nazionale per le linee guida (SNLG): attualmente non vi sono specifiche linee guida relative all’anestesia in chirurgia estetica, né particolari raccomandazioni in tema di interventi di liposuzione.

Le metodologie di esecuzione della liposuzione

Pertanto, possiamo prendere come punto di riferimento, utilizzandole come buone prassi, le linee guida predisposte dall’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (AICPE), relative ai principali interventi di chirurgia estetica.

La liposuzione (o meglio, lipoaspirazione) può essere eseguita con varie metodologie, come ad esempio:

  • Lipoaspirazione tradizionale (SAL – Suction Assisted Lipoplasty), che consiste nell’aspirazione del grasso con cannule mosse manualmente,
  • Vibrolipoaspirazione (PAL – Power Assisted Lipoplasty), con aspirazione del grasso tramite cannule aspiranti movimentate da motori elettrici o pneumatici,
  • Lipoaspirazione ad acqua (WAL – Water ASsisted Liposuction), procedura che prevede la facilitazione dell’aspirazione del grasso attraverso il continuo getto d’acqua in prossimità della punta della cannula aspirante,
  • Liposuzione ultrasonica (UAL – Ultrasound Assisted Lipoplasty), in cui la lipolisi deriva dall’utilizzo di emissioni ultrasuoniche,
  • Liposuzione con ultrasuoni esterni (EUAL – External Ultrasound Assisted Liposuction), in cui la lipolisi è favorita da emissioni ultrasuoniche esterne,
  • Lipoaspirazione con radiofrequenze bipolari (RFAL – RadioFrequency Assisted Lipoplasty), procedura che facilita il compattamento e la retrazione del tessuto cutaneo per contrastare il rilassamento della pelle,
  • Laserlipolisi (LAL – Laser Assisted Lipoplasty), in cui la lipolisi è attuata attraverso un laser lineare convogliato attraverso fibre ottiche sottili,
  • Plasmalipo (PPL – Plasma Lipolysis), procedura attraverso la quale la lipolisi è provocata da energia a luce al plasma, anche in questo caso convogliata attraverso sottili fibre ottiche.

Le linee guida per la liposuzione e l’anestesia relativa

La valutazione pre-operatoria varia in base al paziente: se il tessuto adiposo da aspirare è di quantità piccola/moderata o comunque circoscritta in alcune zone anatomiche ben localizzate, la situazione si presenta a basso rischio ed è sufficiente procedere a una valutazione preoperatoria clinica.

Nell’ipotesi in cui, invece, sia richiesta l’aspirazione di importanti quantità di grasso oppure sia necessario intervenire in aree anatomiche di una certa vastità, oltre al questionario di autovalutazione e alla raccolta dell’anamnesi, è opportuno che vengano eseguiti i test preoperatori di base per ogni intervento chirurgico:

  • Test emato-chimici di base (elettroliti, emocromo, piastrine, PT, PTT, fibrinogeno, glicemia, creatininemia) in pazienti di età superiore ai 40 anni,
  • ECG in pazienti sani con età superiore ai 40 anni,
  • RX torace in pazienti fumatori (più di 20 sigarette al giorno) o con malattie cardiovascolari o polmonari.

La liposuzione, in base all’estensione delle aree da trattare e del volume di tessuto adiposo da aspirare, può eseguirsi con vari tipi di anestesia:

  • Locale con sedazione,
  • Locale senza sedazione,
  • Spinale,
  • Generale.

Secondo quanto raccomandato dall’AICPE l’anestesia locale può essere preparata con varie diluizioni, utilizzando soluzioni a bassa concentrazione di anestetico e di vasocostrittore, che possono essere infiltrate in grandi quantitativi, in modo tale da consentire il trattamento anche di vaste superfici.

Durante l’intervento è raccomandato all’anestesista di mantenere sempre il monitoraggio della saturazione di ossigeno, nonché una via venosa aperta per l’infusione di liquidi, in quantità doppia rispetto al grasso aspirato, soprattutto se si prevede di rimuovere più dell’1% di materiale adiposo rispetto al peso corporeo del paziente.

Nell’ipotesi in cui venga asportato il massimo consigliato di tessuto adiposo (non superiore al 7% del peso corporeo), è opportuno predisporre, previa attenta valutazione delle condizioni di salute del paziente, almeno due sacche ematiche di predeposito per un’eventuale auto-emotrasfusione, con preferenza per il ricovero protratto anziché il regime di day hospital.

Come è finito il processo: la sentenza di primo grado

Non abbiamo a disposizione l’intera sentenza, ma solo alcuni estratti, dai quali si evince che, in primo grado, il Tribunale ha ritenuto che la morte della giovane ex modella sia imputabile alla condotta imprudente e negligente dell’anestesista, che non è stata in grado di accorgersi della gravità della situazione della donna, ovvero l’abbia valutata superficialmente, tanto da non prendere alcun provvedimento quando la paziente presentava segni di bradicardia, provocandole una sofferenza continuativa per oltre quaranta minuti.

Sia le sofferenze della giovane donna che la sua morte avrebbero potuto essere evitate se l’anestesista avesse semplicemente ridotto la velocità di infusione dei farmaci e se poi fosse stato interrotto, se del caso, l’intervento: così facendo le condizioni della paziente sarebbero migliorate e la donna non sarebbe deceduta dopo sei giorni di agonia dopo l’intervento.

Il giudice di primo grado, in accoglimento della richiesta avanzata dalla pubblica accusa, ha ritenuto sussistente la colpa grave dell’anestesista, ritenendo congrua, alla luce delle circostanze del reato – a noi sconosciute, poiché non siamo in possesso di tutti gli atti di causa – la pena di due anni di reclusione, tenuto conto che la legge prevede un range tra un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni.

Con molta probabilità, la sentenza sarà appellata sia dalla difesa dell’imputata che da quella della parte civile (i parenti della paziente deceduta), per ottenere, rispettivamente, l’assoluzione ovvero una condanna a una pena superiore.

Di: Manuela Calautti, avvocato

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