Prevenzione delle cadute in ambito ospedaliero, residenziale e domiciliare. Che fare

La prevenzione delle cadute a tutela della sicurezza e strategia prioritaria per la riduzione di esiti permanenti e disabilità nella popolazione in ambito ospedaliero, residenziale e domiciliare. Ne parliamo con Patrizia Bellon, infermiera esperta in rischio clinico

Sommario
  1. Aumentare la consapevolezza: come fare
  2. La responsabilità delle aziende sanitarie e dei professionisti
  3. La figura dell’infermiere

Contributo a cura di Patrizia Bellon

Infermiera dell’OPI di Vicenza a partire dal 1993. Infermiera Forense iscritta all’albo dei CTU presso il Tribunale di Vicenza. Esperta in Rischio Clinico in servizio presso Azienda Zero della Regione Veneto dapprima nell’Unità Operativa Complessa di Governo Clinico Assistenziale e ad oggi nell’Unità Operativa Complessa di Rischio Clinico a valenza di Centro Regionale con specifico incarico per la funzione di “Appropriatezza dei percorsi e dei processi assistenziali”. Componente Gruppo di lavoro Regionale per la “Prevenzione e controllo delle infezioni in ambito sanitario” istituito nel corso dell’anno 2021 con realizzazione di Bundle precipui alla stesura del Piano Strategico Operativo Regionale per la preparazione e risposta a pandemia influenzale (PANFLU 2022).

La dottoressa Bellon cura per Consulcesi Club, su questo tema, il corso “Cadute accidentali: prevenzione e gestione del rischio

Le cadute rappresentano da sempre un problema in sanità per l’impatto, anche in termini di esiti che possono determinare il decesso o gravi danni fino all’istaurarsi di disabilità permanente, che possono comportare ripercussioni economiche in termini di costi a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Tale fenomeno è oggetto di studio sotto diverse angolazioni, non solo nei contesti ospedalieri e sociosanitari, ma anche come fattore contribuente all’instaurarsi di incidenti domestici che, per la gestione degli esiti, comportano un incremento delle risorse necessarie a sostegno delle famiglie nei casi di disabilità permanente.

In tal senso, i dati INAIL relativi agli infortuni domestici a seguito di eventi caduta, evidenziano come la maggior parte di essi si verifichi all’interno delle mura domestiche, rendendo la sicurezza in casa un aspetto rilevante delle politiche socioeconomiche delle amministrazioni pubbliche a livello nazionale. I dati ISTAT pongono in evidenza a tal proposito come, sul territorio italiano, una persona su due (54,8%) sia vittima di caduta in ambiente domestico e che, nel 76,9% dei casi, le cadute vedono coinvolte persone over 64 (81% se donne ultra settantacinquenni). Di tutti questi eventi in 1/5 dei casi si è reso necessario un ricovero ospedaliero.

Tra i maggiori fattori contribuenti, da tenere in considerazione nella manifestazione di tale fenomeno, si pone in rilievo come la gestione dell’ambiente domestico frequentemente non viene riconosciuto come potenzialmente “pericoloso”. Tale elemento assume valenza ancora maggiore se posto in relazione alla diminuzione delle capacità funzionali della persona anziana in termini di forza muscolare, capacità di equilibrio e deambulatoria.

Aumentare la consapevolezza: come fare

Risulta pertanto fondamentale conoscere ed agire sulle determinanti che possono contribuire alla riduzione degli infortuni domestici conseguenti a caduta che, soprattutto nella popolazione anziana, si concretizzano in azioni volte ad elevare il grado di consapevolezza della persona circa i rischi del proprio contesto di vita ed individuare, proporre e sostenere azioni di adeguamento volte a rendere la casa sicura. Sostenere campagne di promozione dell’attività fisica per il mantenimento di livelli adeguati della capacità deambulatoria ed equilibrio oltre che a specifici programmi volti alla prevenzione dell’osteoporosi risultano tra gli interventi maggiormente richiamati dalle linee guida di riferimento.

Tali obiettivi sono perseguibili in un’ottica sinergica tra tutte le componenti del sistema sociosanitario che vedono coinvolti il medico di medicina generale, l’infermiere di famiglia, l’infermiere addetto all’assistenza domiciliare (ADI), il personale addetto ai servizi sociosanitari, l’assistente sociale ed il personale sanitario ospedaliero. Tutte queste figure professionali interagiscono nell’interesse di una puntuale e appropriata presa in carico della persona fragile e condividono informazioni e piani di azione con particolare attenzione a tutti i processi di transizione di cura al fine di gestire correttamente il rischio caduta della persona fragile, anche attraverso il coinvolgimento attivo della rete familiare.

Saper rilevare il rischio individuale della persona mediante un approccio multifattoriale in cui vengano presi in considerazione, non solo i fattori legati alle comorbilità, ma anche tutti quei fattori predisponenti, coesistenti e interdipendenti con l’ambiente di vita, sia esso ambito domiciliare, residenziale od ospedaliero risulta fondamentale nel perseguire il valore prioritario della sicurezza. Un approccio all’assesment della persona di tipo multifattoriale consente di stilare programmi assistenziali personalizzati orientati a contenere i rischi specifici della persona assistita e dare evidenza del processo decisionale e delle strategie adottate per garantirne un’adeguata presa in carico e gestione.

La responsabilità delle aziende sanitarie e dei professionisti

In tal senso la responsabilità delle organizzazioni sanitarie e dei singoli professionisti si circostanzia come definito dall’Art. 1 comma 1 della Legge 24 del 2017, “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, nella “tutela del diritto alla sicurezza delle cure come parte costitutiva del diritto alla salute nell’interesse dell’individuo e della collettività”.

La norma di riferimento all’Art. 1 comma 3 prevede che: “Alle attività di prevenzione del rischio messe in atto dalle strutture sanitarie e socio sanitarie, pubbliche e private, è tenuto a concorrere tutto il personale, compresi i liberi professionisti che vi operano in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale”.

Al fine di ottemperare a tali adempimenti, in tema di cadute, è necessario garantire la tempestiva valutazione del rischio della persona assistita in tutti gli ambiti di cura, incluso l’ambiente familiare, l’adeguamento di specifici programmi assistenziali per il contenimento del rischio, la segnalazione di eventi avversi conseguenti a caduta e la partecipazione all’analisi degli stessi mediante metodologie strutturate. A tale scopo risulta necessario mantenere aggiornate le conoscenze sulle evidenze più recenti sul tema nonché la capacità di classificare tali eventi sulla base degli esiti derivanti.

È necessario considerare il concetto di esito correlato all’assistenza anche nell’ottica di un danno occorso conseguente a caduta accidentale, seppur non desiderato. Risulta fondamentale, per ogni professionista sanitario, garantire una adeguata presa in carico e gestione del rischio individuale della persona e monitorare l’efficacia degli interventi adottati.

A tale fine le Organizzazioni devono garantire l’adozione di modelli assistenziali in linea con i principi di appropriatezza nell’utilizzo delle risorse strutturali, tecnologiche ed organizzative con un approccio No blame per la gestione degli errori, condizioni necessarie per realizzare un contesto lavorativo in cui possa esprimersi la cultura della sicurezza e nel quale, il professionista sanitario, possa erogare cure appropriate ai bisogni reali della persona.

La figura dell’infermiere

L’attivazione del professionista infermiere, nell’ottica della gestione del rischio clinico quale strategia prioritaria per la sicurezza delle cure ed altresì per il contenimento del contenzioso, consente di elevare i livelli del sistema qualità in sanità e scongiurare la perdita di fiducia del cittadino nei confronti del Sistema Socio-Sanitario Nazionale.

L’infermiere partecipa al governo clinico, promuove le migliori condizioni di sicurezza della persona assistita, fa propri i percorsi di prevenzione e gestione del rischio, anche infettivo, e aderisce fattivamente alle procedure operative, alle metodologie di analisi degli eventi accaduti e alle modalità di informazione alle persone coinvolte”.

(Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche Anno 2019_Capo VI Art. 32)

Attraverso la formazione continua e l’aggiornamento in merito a nuove conoscenze rispetto alle determinati che contribuiscono al rischio di caduta, soprattutto in ambiente ospedaliero e socio sanitario/residenziale, e non da ultimo dell’assistenza domiciliare, l’infermiere sarà in grado di partecipare attivamente alle politiche di risk management a garanzia della sicurezza delle cure e messa in sicurezza della persona assistita in risposta ai valori deontologici in tema di sicurezza delle cure (art. 32 Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche 2019) e al dovere di perseguire una condotta in linea con le Raccomandazioni Ministeriali, Linee guida e Buone pratiche clinico assistenziale come previsto dall’Art.5 comma 1 della Legge 24/2017.

Di: Redazione Consulcesi Club

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