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Concorso scuola, la mini-riforma e le polemiche

Concorso scuola, la mini-riforma e le polemiche

Concorso scuola, la mini-riforma e le polemiche

Lo schema del decreto che cambia le regole per l’accesso alla professione di insegnante di scuole medie e superiori è quasi pronto, ma non mancano le polemiche relative al concorso ordinario scuola ancora in corso. Il 90% non ha, infatti, superato la selezione e dalle segnalazioni degli aspiranti insegnanti pare si tratti di una moltitudine di irregolarità che hanno inficiato la validità della prova.

Boom di bocciati, tutta colpa delle “crocette”?

Probabilmente, oltre a domande a trabocchetto e incomprensibili, i quiz a risposta multipla sono stati la vera ascia che ha realizzato un’ecatombe di docenti. Non solo. La soglia è stata fissata a 70/100, bel oltre la sufficienza. Sui social e sui forum dedicati, incalza la polemica dei candidati e la rabbia sembra essere diretta soprattutto alle commissioni esaminatrici del concorso che non hanno svolto il loro dovere. Le prove concorsuali computer based (CBT) per la scuola secondaria che avrebbero dovuto semplificare il sistema, pare lo abbiano invece complicato, producendo una bassissima percentuale di ammessi alla prova orale. I candidati, ad eccezione degli ITP (insegnanti tecnico-pratici), sono laureati e si ritiene che debbano conoscere i nuclei fondanti della propria disciplina, altrimenti si deve mettere in discussione il sistema formativo accademico. Dove risiede quindi il vero e proprio problema? Molto probabilmente dai quesiti che lasciano poco spazio al candidato di dimostrare quelle competenze che sono richieste dal bando stesso. Il concetto di competenza non è certamente accertabile nel tempo di due minuti che ogni quesito mediamente rende disponibili per rispondere. Non la scarsa preparazione, dunque, ma quesiti troppo tecnici o posti male, in maniera beffarda e poco chiara.

È il fallimento di un sistema basato su “un quiz Tv”

Le prove ci hanno consegnato, purtroppo, uno scenario fallimentare: il concorso si svolge dopo due anni da quando è stato pubblicato il bando e spicca per il 90% dei non ammessi. Questo sistema è stato voluto dal Ministero perché costa poco, non prevede percorsi di formazione e alimenta il business dei 24 CFU, che tutti i 500 mila partecipanti hanno dovuto pagare di tasca propria. Ma cosa resta di questo modello di reclutamento alla scuola? Pochi neolaureati che superano le prove, un larghissimo numero di bocciati, una fortissima debolezza nell’impianto formativo nell’accesso all’insegnamento. Gli aspiranti docenti, 8 su 10, pare abbiano definito il nuovo metodo equivalente a quello di “un quiz TV”, non in grado di misurare realmente la preparazione dei docenti. Gli aspiranti “maestri” della scuola dell’infanzia e primaria, invece, sono in attesa delle pubblicazioni delle graduatorie. Sono circa 31 mila candidati per 12.863 posti.

La riforma sembra essere l’unico appiglio

La riforma relativa al Pnrr fissa al 30 giugno la deadline per l’approvazione. Se lo schema sarà confermato, ci saranno delle vere e proprie novità:

  • non servirà una laurea dedicata, ma alcuni aggiustamenti delle norme attuali
  • addio ai 24 CFU, ma ne serviranno 60 di cui 30 di tirocinio da fare prima o dopo il concorso ma post laurea
  • rimane l’anno di prova prima di diventare professore a tutti gli effetti

Per chi, invece, avrà avuto già 36 mesi di insegnamento non serviranno altri requisiti.
In ogni caso al momento la situazione è complessa e difficile da gestire: questo ciclo di concorsi era stato annunciato dalle Istituzioni come la svolta del sistema scolastico che avrebbe portato entro il 2023 all’assunzione di circa 100mila insegnanti, ma al momento tra polemiche e irregolarità l’obbiettivo sembra molto lontano.