Crisi nei PS italiani: a gennaio 2026 mancherà metà dei medici necessari

Un’indagine della Simeu fotografa una situazione critica nei pronto soccorso italiani: a gennaio 2026 il 26% delle strutture avrà meno della metà dei medici necessari e il 65% opererà con organici inferiori al 75%.

Una nuova indagine della Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (Simeu) conferma che nei pronto soccorso italiani la carenza di personale medico rimane una criticità strutturale. Nonostante lievi progressi rispetto agli anni precedenti, l’inizio del 2026 si prospetta estremamente complesso.

Secondo la rilevazione, condotta il 18 e 19 novembre su un campione di circa 50 strutture che rappresentano il 12% del panorama nazionale e oltre 2,3 milioni di accessi annui, un pronto soccorso su quattro entrerà nel nuovo anno con meno della metà dei medici necessari. In particolare, il 26% delle strutture non raggiungerà il 50% dell’organico previsto, e un 4% arriverà addirittura a operare con meno di un quarto del personale teoricamente necessario.

A questa situazione si aggiunge un ulteriore 39% di pronto soccorso che lavorerà con una copertura compresa fra il 50% e il 75%. Solo il 31% supererà la soglia del 75% dell’organico, mentre il raggiungimento del fabbisogno pieno rimane un’eccezione.

Infografica

La denuncia SIMEU: "65% dei PS a nuovo anno con copertura inferiore al 75%"

Il 65% dei pronto soccorsi prevede per gennaio una copertura inferiore al 75%, con quasi un terzo sotto la metà del necessario” sottolinea Alessandro Riccardi, presidente nazionale Simeu. “I dati, pur mostrando un lieve miglioramento, confermano che la crisi del personale medico resta un nodo critico per il sistema dell’emergenza-urgenza”.

Il quadro potrebbe aggravarsi ulteriormente con la scadenza dei contratti stipulati con società esterne e con la conclusione delle forme contrattuali temporanee introdotte durante la pandemia. Senza interventi strutturali, avverte la Simeu, molte strutture saranno costrette a ricorrere ancora a soluzioni tampone.

“In assenza di misure di lungo periodo – conclude Riccardi – rimane necessario ricorrere a prestazioni aggiuntive e all’ingaggio di personale tramite contratti esterni al Servizio sanitario nazionale”. Una strategia che permette di mantenere operativi i reparti, ma che non risolve le cause profonde di quella che sempre più spesso viene definita una “emergenza nell’emergenza”.

Di: Gloria Frezza, giornalista professionista

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