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Ti porto in Tribunale! Ecco quali sono le cause legali più diffuse

27/10/2017

Ti porto in Tribunale! Ecco quali sono le cause legali più diffuse

Italiani litigiosi? A quanto pare sì: secondo un report dell’Istat nel 2015 ben l’11% della popolazione sopra i 18 anni è stata coinvolta in cause legali; un numero veramente alto se si pensa che, a conti fatti, stiamo parlando di 5 milioni di persone.

Tutto questo senza considerare il fatto che spesso i costi – esosi – necessari per agire tramite vie legali scoraggiano i potenziali ricorrenti, altrimenti altri 2 milioni si aggiungerebbero volentieri alla lista.

Ci tratterremo poco su chi decide di affidarsi alla giustizia: vi basti sapere che in prevalenza sono maschi (12.95%) nella fascia di età 45-54 anni (16.7%), che per lo più vivono nelle grandi città (12.33%) e che nel 12.9% dei casi risiedono nel Nord Est.
Quello su cui vogliamo soffermarci sono, invece, le motivazioni alla base della richiesta di un giudizio di tipo legale. Perché si ricorre all’avvocato, anziché tentare una mediazione vis à vis? Quali sono le situazioni chiave che ci fanno pensare di non poter fare altrimenti? E soprattutto, si è soddisfatti dell’esito o dell’andamento delle cause legali?

E qui arriva il bello, o meglio, il brutto. Forse c’era da aspettarselo, ma la quota più elevata di cause legali riguarda questioni inerenti l’ambito familiare: ben il 40% dei contenziosi. Questo perché affrontare una separazione o un divorzio, e soprattutto gestire il mantenimento dei figli specialmente minorenni, dal punto di vista emotivo rende difficile un approccio consensuale senza l’intervento di un giudice che stabilisca i diritti di ciascuna delle parti. Per non parlare dei casi dove purtroppo si verificano anche episodi di violenze fisiche o psicologiche. Difficile, se non impossibile, trovare un accordo svincolato da un intervento di tipo legale.

Passiamo alla seconda motivazione più ricorrente, dalla percentuale nettamente inferiore alla prima ma pur sempre fastidiosa da gestire in autonomia: la questione lavoro. Sia per privati che per liberi professionisti ovviamente. Proviamo ad immaginarlo: un licenziamento ingiustificato, un fallimento aziendale con mancato pagamento di contributi ai dipendenti, il ritardo – reiterato – di stipendi, ma anche situazioni lavorative interne invivibili come il mobbing o il bossing, termine usato quando la molestia arriva direttamente dal proprio superiore e non da colleghi di pari grado. In questi casi, è difficile risolvere la situazione senza ricorrere a un aiuto di tipo legale, specialmente per definire gli aspetti morali, oltre che economici, del caso.

Si continua con i contrasti condominiali e di vicinato. Chi, nella propria vita, non conosce almeno una persona che non si sia lamentata del proprio vicino di casa? Cani che abbaiano, mancato rispetto delle direttive condominiali, troppa confusione in orari poco consoni, e chi più me ha più ne metta! Tante, troppe questioni che, se non risolte con le buone, sfociano per forza di cose in una richiesta di intervento più autoritario, per così dire. E succede nella maggior parte dei casi.

La lista avanza, e troviamo problemi con assicurazioni e banche, contrasti tra clienti e fornitori, procedure di sfratto ed eredità e successioni, fallimenti e controversie di tipo societario. Insomma, tutte situazioni per le quali risulta veramente complessa una risoluzione che sia esule da un intervento di tipo legislativo o comunque una mediazione di esperti in materia.

Ma nonostante tutto, gli italiani, sono soddisfatti di aver deciso di intraprendere un’azione e di come procedono le loro cause legali?
Lo sono in parte. Spesso quello che lamentano i cittadini alle prese con un procedimento legale è la scoperta dei costi veri della causa solo dopo che questa è stata avviata. Questo dipende, più che dalla giustizia in sé, dal lavoro degli avvocati e dei consulenti, che hanno il dovere di essere sempre trasparenti e dire al proprio cliente come stanno effettivamente le cose. Sia per contenziosi più piccoli che per quelli di una certa rilevanza.
Anche perché, intraprendere una causa, significa dover aspettare del tempo prima della sua conclusione, e nel corso degli anni è importante mantenere sempre, tra il legale e l’assistito, un rapporto di completa fiducia. Sebbene nel 23.8% dei casi la controversia si concluda entro un anno dall’avvio, per questioni più delicate (o spesso per una difficoltà nel trovare degli accordi o mediazioni), le pratiche durano dai due ai cinque anni.

E allora, in conclusione, magari saremo anche litigiosi, ma sicuramente siamo mossi da buoni propositi e ci teniamo a far valere i nostri diritti e ottenere giustizia.
E sul lato pratico? Conviene fare una causa per far valere i propri diritti? Assolutamente si: rivendicare ciò che ci spetta, far emergere un’ingiustizia, o risolvere situazioni che ci limitano o ci condizionano nel privato o nel lavoro è un nostro diritto. Tutto sta nel sapersi affidare a delle buone mani, a degli avvocati e studi che siano chiari e trasparenti e che dicano esattamente le cose come stanno, senza girarci troppo su o proponendo esiti super vittoriosi troppo spesso impossibili da realizzare. Per il resto, grazie al loro intervento e alla legge, avremo poi quello che ci spetta.