PFAS in Italia: cosa dice il nuovo report di Greenpeace
Greenpeace svela la mappa delle emissioni di PFAS nell’aria in Italia: scopri le zone più a rischio e l’impatto sulla salute e sull’ambiente.
14 Gennaio 2026, 07:57

Sommario
Per anni l’attenzione pubblica sui PFAS si è concentrata quasi esclusivamente sull’acqua potabile e sulla contaminazione delle falde. Il nuovo report di Greenpeace Italia apre invece un fronte meno visibile ma altrettanto critico: l’inquinamento dell’aria da PFAS. Attraverso l’analisi dei dati ufficiali europei, l’organizzazione ambientalista ricostruisce per la prima volta una mappa nazionale delle emissioni atmosferiche di queste sostanze, mostrando come l’esposizione non sia un problema circoscritto a pochi territori ma una questione strutturale del modello industriale italiano.
Cosa sono i PFAS e perché l’aria è un vettore chiave
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) comprendono migliaia di composti chimici utilizzati in settori strategici: chimica di base, refrigerazione, elettronica, tessile, imballaggi, schiume antincendio. La loro forza industriale – la straordinaria stabilità chimica – è anche la loro principale criticità ambientale. Non si degradano, si accumulano e possono essere trasportati su lunghe distanze.
Il report di Greenpeace evidenzia come una parte rilevante dei PFAS venga rilasciata sotto forma di gas fluorurati (F-gas), immessi direttamente in atmosfera dai cicli produttivi o dispersi durante l’uso industriale. L’aria diventa così non solo un mezzo di diffusione, ma anche una via diretta di esposizione per le popolazioni residenti nelle aree industriali.
I numeri delle emissioni: un problema tutt’altro che marginale
Analizzando il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (PRTR), Greenpeace stima che tra il 2007 e il 2023 in Italia siano state rilasciate in atmosfera circa 3.766 tonnellate di F-gas, in gran parte riconducibili ai PFAS. Si tratta di dati ufficiali, comunicati dalle aziende, che rappresentano quindi una base minima e non necessariamente esaustiva del fenomeno.
La distribuzione delle emissioni è fortemente disomogenea e riflette la geografia industriale del Paese. Il Nord Italia emerge come area critica, con concentrazioni particolarmente elevate in specifici poli produttivi.
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Il peso del Nord Italia e il caso emblematico di Alessandria
Il Piemonte risulta la regione con il contributo più alto alle emissioni atmosferiche di PFAS, arrivando a rappresentare oltre tre quarti del totale nazionale nel periodo considerato. All’interno della regione, il caso di Alessandria è emblematico: qui si concentra una quota enorme delle emissioni, storicamente legata alla presenza di un grande stabilimento chimico.
Accanto al Piemonte, anche Veneto, Lombardia e Toscana mostrano livelli significativi, spesso in prossimità di aree industriali complesse. Questi dati suggeriscono che il problema non riguarda singoli episodi isolati, ma interi distretti produttivi, con possibili ricadute su bacini di popolazione molto ampi.
Emissioni in calo, ma non è una buona notizia definitiva
Il report registra una riduzione delle emissioni negli anni più recenti, ma Greenpeace invita alla cautela nell’interpretazione di questo trend. Da un lato, il calo è influenzato dalle fermate produttive durante la pandemia. Dall’altro, è legato alla sostituzione di alcune molecole storiche con nuovi composti fluorurati, presentati come alternative “più sicure”.
Tuttavia, la sostituzione non equivale automaticamente a una soluzione. Alcuni di questi nuovi PFAS, come il C6O4, sono ancora poco studiati e presentano profili di rischio non del tutto chiariti. Il pericolo, sottolinea Greenpeace, è ripetere uno schema già visto: rimpiazzare sostanze problematiche con altre che, nel tempo, si rivelano altrettanto persistenti e nocive.
Salute umana: l’aria come via di esposizione sottovalutata
Dal punto di vista sanitario, l’aspetto più preoccupante è l’ampliamento delle vie di esposizione. I PFAS sono associati a disturbi ormonali, alterazioni del sistema immunitario, problemi riproduttivi e aumento del rischio di alcune patologie oncologiche. Finora, il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sull’ingestione attraverso acqua e alimenti.
La presenza di PFAS nell’aria introduce invece una esposizione cronica per inalazione, potenzialmente continua, soprattutto per chi vive o lavora vicino agli impianti industriali. Un fattore che rende ancora più urgente un approccio preventivo, basato sulla riduzione alla fonte delle emissioni.
PFAS, clima e doppio impatto ambientale
Gli F-gas non sono solo un problema sanitario. Molti di questi composti hanno un potenziale di riscaldamento globale estremamente elevato, anche migliaia di volte superiore a quello della CO₂. Le emissioni di PFAS in atmosfera contribuiscono quindi anche alla crisi climatica, creando un doppio danno: persistono nell’ambiente e accelerano il riscaldamento globale.
Questo legame rafforza l’idea che la questione PFAS non possa essere trattata come un problema settoriale, ma debba entrare a pieno titolo nelle politiche climatiche e industriali.
Le richieste di Greenpeace e il nodo politico
Greenpeace chiede un progressivo ma deciso azzeramento delle emissioni di PFAS, puntando su alternative tecnologiche già disponibili e su una revisione profonda delle autorizzazioni industriali. Secondo l’organizzazione, continuare a gestire il problema attraverso limiti e deroghe significa accettare una contaminazione permanente.
Il report si inserisce in un contesto europeo in cui è in discussione una restrizione ampia dei PFAS. L’Italia, con la sua mappa delle emissioni atmosferiche, si trova di fronte a una scelta chiara: anticipare il cambiamento o subirne, ancora una volta, le conseguenze ambientali e sanitarie.