Shein e il fast fashion tossico: un terzo dei vestiti contiene sostanze chimiche pericolose
Greenpeace denuncia: un terzo dei vestiti Shein contiene sostanze chimiche pericolose. Servono leggi contro il fast fashion per tutelare salute e ambiente.
29 Gennaio 2026, 10:19

Sommario
Pochi giorni prima del Black Friday, Greenpeace Germania ha pubblicato il report “Shame on you, Shein!”, svelando dati allarmanti sul colosso dell’ultra fast fashion. Su 56 capi analizzati in laboratorio, ben 18 hanno superato i limiti di sicurezza chimica stabiliti dal regolamento europeo REACH, confermando che il problema non è sporadico, ma sistemico. Le analisi hanno rilevato sostanze chimiche tossiche che possono avere effetti gravi sulla salute e sull’ambiente, dall’esposizione diretta della pelle fino alla contaminazione dei corsi d’acqua e del suolo, rendendo i consumatori parte involontaria di un circuito di rischio invisibile ma concreto.
Questa indagine evidenzia come l’ultra fast fashion non sia solo un problema etico o ambientale legato a sovrapproduzione e sfruttamento dei lavoratori, ma anche un pericolo chimico reale e misurabile che accompagna ogni capo acquistato.
Sostanze chimiche nei vestiti: quali sono e perché sono pericolose
Le sostanze chimiche rilevate nei capi Shein hanno effetti documentati sulla salute umana e sull’ecosistema. I PFAS, utilizzati per rendere i tessuti impermeabili o antimacchia, sono stati trovati a concentrazioni fino a 3300 volte superiori ai limiti consentiti, e sono noti per la loro persistenza ambientale e interferenza con il sistema endocrino. Gli ftalati, presenti come plastificanti, superano di decine di volte i limiti legali e possono alterare lo sviluppo ormonale, con effetti particolarmente gravi sui bambini. Non mancano poi metalli pesanti, come piombo e cadmio, altamente tossici per reni, sistema nervoso e riproduttivo, insieme a formaldeide e APEO, irritanti e potenzialmente cancerogeni.
L’esposizione non riguarda solo i lavoratori nelle fabbriche: anche i consumatori, attraverso il contatto diretto con la pelle o il lavaggio dei vestiti, sono esposti a rischi concreti. L’acqua di scarico dei lavaggi, a sua volta, trasporta queste sostanze nell’ambiente, contribuendo alla contaminazione di fiumi, suoli e catene alimentari. Greenpeace sottolinea che il problema è quindi diffuso, cumulativo e interconnesso, e non limitato a singoli episodi o capi isolati.
Il modello Shein: ultra fast fashion senza regole
Shein rappresenta l’esempio estremo di un modello produttivo che sacrifica sicurezza e sostenibilità in nome del prezzo basso e della velocità. La maggior parte dei tessuti venduti è sintetica, con oltre l’82% di poliestere, e la sovrapproduzione dei capi rende la durata media dei vestiti praticamente insignificante. Nonostante gli impegni pubblici dell’azienda per migliorare la gestione delle sostanze chimiche, le violazioni persistono, dimostrando che l’autoregolamentazione volontaria non è sufficiente.
L’indagine mostra come la trasparenza sulle sostanze chimiche e sui processi produttivi sia minima, lasciando consumatori e legislatori senza strumenti per valutare rischi reali. Ogni capo economico a basso costo nasconde così un costo chimico invisibile, che ricade sulla salute pubblica e sull’ambiente, e testimonia il fallimento di un sistema basato esclusivamente su velocità e prezzi stracciati.
Leggi vincolanti contro il fast fashion: una necessità urgente
Greenpeace lancia un appello chiaro e urgente: è necessario introdurre leggi vincolanti che regolamentino il fast fashion. I modelli di autoregolamentazione aziendale, finora adottati da Shein e da altre piattaforme online, si sono dimostrati insufficienti a garantire la sicurezza chimica dei vestiti. Tra le misure proposte ci sono: obblighi di conformità chimica per tutti i prodotti venduti nell’UE, responsabilità legale per le piattaforme di e-commerce, incentivi per la produzione circolare e limiti alla sovrapproduzione.
Paesi come la Francia hanno già introdotto normative simili, con tasse sul fast fashion, regolamentazione pubblicitaria e incentivi all’economia circolare. Greenpeace invita l’Unione Europea a seguire questo esempio, per garantire che il modello di produzione veloce e a basso costo non continui a danneggiare salute, ambiente e risorse naturali.
Consumatori e ambiente: un rischio condiviso
Ogni capo contaminato da sostanze chimiche tossiche non rappresenta solo un rischio individuale, ma un problema globale. Le sostanze persistenti finiscono in suolo e fiumi, entrando nella catena alimentare e minacciando ecosistemi e salute pubblica. I vestiti Shein, spesso acquistati per pochi euro, hanno un costo nascosto elevatissimo, che ricade su chi li indossa, sull’ambiente e sulle generazioni future.
L’indagine conferma, dunque, che il modello ultra fast fashion non può essere considerato sostenibile o sicuro, e che la responsabilità deve essere condivisa tra aziende, legislatori e consumatori. Scelte più consapevoli e regolamentazioni efficaci sono ormai indispensabili per invertire una tendenza che mette a rischio salute e ambiente.