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Amianto negli ospedali. In Italia ci sono ancora 250 strutture da bonificare

25/02/2023

Presenza di amianto negli ospedali: caso al San Camillo de Lellis di Rieti. Due tecnici sono morti di mesotelioma. Qual è la situazione in Italia? Ancora 250 strutture attendono una bonifica.

Amianto negli ospedali. In Italia ci sono ancora 250 strutture da bonificare

Usato come isolante per evitare il surriscaldamento eccessivo delle pareti a contatto con apparecchiature mediche obsolete, come le prime strumentazioni di Tomografia Assiale Computerizzata (TAC). Ancora, all’interno di caldaie, locali tecnici, pareti, pavimentazione e per la coibentazione delle tubature. L’amianto, prima del 1992, anno in cui è stato messo al bando da una legge nazionale, veniva usato di consueto all’interno degli edifici, compresi quelli ad uso sanitario.

 

«Non esiste un censimento nazionale, né singole rilevazioni in tutte le Regioni d’Italia, ma stando all’ultima raccolta dei dati condotta dall’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), in Italia ci sarebbero ancora 250 ospedali aperti al pubblico, nonostante la presenza di amianto», spiega Ezio Bonanni, presidente ONA.

 

L’amianto: un killer silenzioso

 

Lavorare e frequentare gli ospedali in cui è presente l’amianto è un rischio sia per il personale medico e paramedico che per pazienti. «Il principale pericolo per chi è esposto all’amianto è di sviluppare il mesotelioma, un tumore che nasce dalle cellule del mesotelio che rivestono, come una sottile pellicola, gli organi interni – spiega il presidente ONA -. Si tratta di una patologia silente che può rimanere latente anche per cinquant’anni e dare i primi sintomi solo quando ormai non c’è più nulla da fare. La morte, infatti, nella maggior parte dei casi sopraggiunge a pochi mesi dalla diagnosi».

 

L’ONA ha stimato che in questi ultimi anni sarebbero stati oltre 100 i sanitari che hanno perso la vita per mesotelioma, a seguito di esposizione all’amianto. «Un numero senz’altro sottostimato – aggiunge Bonanni – poiché, a differenza di quei lavoratori impiegati in siti industriali ad evidente contatto con asbesto e sotto i riflettori dei piani di bonifica già da qualche decennio, la professione medica è stata solo più di recente associata al pericolo amianto».

 

Il caso dell’Ospedale San Camillo de Lellis

 

Tra i casi più discussi degli ultimi anni c’è quello dell’Ospedale San Camillo de Lellis di Rieti. «Due tecnici si sono ammalati contemporaneamente di mesotelioma ed entrambi hanno perso la vita – racconta Bonanni -. Nonostante l’evidente correlazione tra la lunga esposizione all’amianto, la cui presenza era stata accertata all’interno dei locali in cui i due tecnici avevano lavorato, l’Inail non ha riconosciuto la malattia professionale». La vicenda è finita in tribunale: la Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 202/2019, si è pronunciata sul caso di una delle due vittime, Roberto Lucandri, condannando l’Inail a risarcire gli eredi. «Successivamente – continua il presidente ONA -, il bilancio delle vittime all’ospedale di Rieti si è ulteriormente aggravato con la morte di un altro lavoratore, sempre per mesotelioma. Per questa vicenda, è tuttora in corso un processo per il riconoscimento della malattia professionale».

 

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Patologie amianto-correlate

 

Il mesotelioma è solo la punta di un enorme iceberg. «Secondo alcuni dati dell’Unione Europea, l’amianto sarebbe il responsabile di circa il 78% di tutte le patologie di origine professionale. Il mesotelioma, infatti, non è l’unica malattia correlata all’asbesto. Le fibre di amianto, sono molto lesive per la salute umana. I danni più immediati che possono provocare sono le infiammazioni, dalle asbestosi, alle placche, fino ad ispessimenti pleurici, patologie che, rispettivamente, anticipano il tumore del polmone e il mesotelioma della pleura».

 

Esempi virtuosi di bonifica da amianto

 

Nel corso degli anni alcune strutture sanitarie, fortunatamente, sono state bonificate. «Tra gli ospedali più importanti che hanno provveduto ad eliminare l’amianto possiamo citare il Gaslini di Genova, il policlinico Umberto I di Roma e il Cardarelli di Napoli, dove l’asbesto era presente persino nelle condutture di trasporto dei fluidi caldi», racconta Bonanno. Tre esempi virtuosi, dunque, che dal nord, passando per il centro, fino al sud della Penisola mostrano come sia possibile bonificare una struttura sanitaria, anche in tempi rapidi.

 

La bonifica in pratica

 

«Per procedere ad un lavoro di bonifica – spiega Bonanni – è, innanzitutto, necessario verificare lo stato di conservazione dell’edificio che ospita l’ospedale: se troppo fatiscente sarebbe meglio raderlo al suolo, per poi ricostruirlo. In altri casi, è sufficiente chiudere temporaneamente la struttura per effettuare una bonifica completa in sicurezza. In altri ancora, può essere disposta la chiusura di un reparto alla volta, attraverso un confinamento delle zone via via da bonificare, mettendo in atto delle procedure che evitino l‘aerodispersione delle fibre di amianto».

 

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Le lacune della legge di messa al bando dell’amianto

 

Eppure, nonostante l’operazione di bonifica possa essere progettata “su misura”, in Italia, così come emerso dall’ultimo censimento ONA, ci sarebbero ancora 250 ospedali contaminati dall’amianto. Un ritardo certamente inaccettabile che, tuttavia potrebbe essere “giustificato” dall’ambiguità della “Legge 27 marzo 1992, n. 257 – Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”.

 

«La legge – spiega Bonanni – prevede la bonifica del solo amianto friabile e non di quello compatto. Oggi, a distanza di oltre 30 anni dall’emanazione di tale obbligo di bonifica, laddove questa non sia stata disposta, la situazione è sicuramente mutata. Il cemento negli anni perde il suo potere aggrappante: questo significa che quelle fibre di amianto che tre decenni fa, a seguito di apposita valutazione, sono state dichiarate non dannose per la salute umana, perché imprigionate nel cemento, ora potrebbero, ad una nuova analisi, risultare aerodisperse e quindi – conclude Bonanni – causare patologie letali».

 

Isabella Faggiano, giornalista professionista