Antimicrobico-resistenza: il ruolo dell’acqua inquinata

Entro il 2050, senza un’inversione di rotta, 10 milioni di persone ogni anno potrebbero perdere la vita a causa della resistenza agli antimicrobici. Gli antibiotici, sotto forma di metaboliti o di veri e propri farmaci erroneamente smaltiti, sono presenti in quantità notevoli nelle acque. È qui che gli agenti patogeni entrandovi in contatto sviluppano resistenza. Ne parliamo con il prof. Belgiorno, ordinario di ingegneria sanitaria all’università di Salerno.

Sommario
  1. L’acqua veicola gli antibiotici
  2. Il contributo di ognuno di noi
  3. Cosa ci aspetta nel futuro

Settecentomila persone rischiano di perdere la vita ogni anno a causa di infezioni antimicrobico-resistenti. Cifra, che in assenza di interventi efficaci, potrebbe raggiungere quota 10 milioni entro il 2050. La resistenza agli antimicrobici, così come affermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresenta oggi un importante problema di salute pubblica globale.

L’acqua veicola gli antibiotici

Per affrontarlo, si potrebbe cominciare dall’acqua, una delle vie più importanti di diffusione dell’antimicrobico-resistenza. “Chiunque utilizzi un antibiotico, che sia un essere umano o un animale, ne rilascia i metaboliti (prodotti dopo che una sostanza è stata assimilata da un organismo vivente, ndr) nell’ambiente. Questi, inevitabilmente, finiscono nelle acque, permettendo ai microbi ed ai patogeni presenti di adattarsi a quelle specifiche formulazioni antibiotiche”, spiega il professore Vincenzo Belgiorno, ordinario di Ingegneria Sanitaria Ambientale all’Università di Salerno, presidente dell’Associazione Nazionale Ingegneria Sanitaria, direttore generale dell’Ente Idrico Campano e componente del Comitato tecnico scientifico SIMA, la Società Italiana di Medicina Ambientale.

Uomini e animali non sono gli unici responsabili

Ovviamente, più l’utilizzo di antibiotici sarà smodato, più aumenterà la presenza in ambiente e maggiore sarà la capacità di adattamento, e quindi di resistenza, sviluppata dagli agenti patogeni. Tuttavia, animali e esseri umani non sono gli unici a veicolare gli antibiotici nelle acque attraverso il rilascio dei metaboliti prodotti a seguito dell’assunzione di farmaci. Gli antibiotici finiscono nelle acque anche a causa dello smaltimento incontrollato di farmaci.

“Non si tratta solo delle eventuali scorie prodotte dalle industrie farmaceutiche – sottolinea Belgiorno – ma anche dell’errato smaltimento dei farmaci scaduti ad uso personale che, anziché essere consegnati negli appositi punti di raccolta delle farmacie, vengono gettati in generici contenitori per la spazzatura o sversati nei WC”.

Il contributo di ognuno di noi

Per questo, la lotta all’antibiotico-resistenza è una battaglia che ognuno di noi può combattere, anche individualmente, adottando stili di vita corretti, che prevedano sia un utilizzo adeguato degli antibiotici, da assumere solo sotto prescrizione medica, che uno smaltimento altrettanto appropriato dei farmaci scaduti. Per fortuna, anche le industrie farmaceutiche sono sempre più attente alla salute globale e contribuiscono alla tutela dell’ambiente producendo farmaci ‘sostenibili’. “In altre parole – spiega il professore – per produrre i propri farmaci utilizzano sostanze biodegradabili, seguendo la stessa direzione già intrapresa dai produttori di materie plastiche con l’uso esclusivo di materiali ecosostenibili”.

Cosa ci aspetta nel futuro

“L’attenzione che oggi si pone al tema dell’antimicrobico-resistenza non è tanto dovuta a problemi attuali, quanto alle proiezioni future”, aggiunge Belgiorno. Preoccupazioni che spingono studiosi in tutto il mondo ad occuparsi della questione. Tra le più recenti intuizioni quella dei ricercatori cinesi, secondo i quali ridurre i livelli di inquinamento atmosferico potrebbe avere benefici inattesi e aiutare a diminuire i batteri resistenti agli antibiotici. L’ipotesi arriva da uno studio coordinato dalla Zhejiang University di Hangzhou, in Cina, pubblicato su Lancet Planetary Health.

Inquinamento e antimicrobico-resistenza: lo studio

Secondo l’analisi, nel complesso, l’inquinamento da PM2.5 è uno dei principali determinanti dell’antibiotico-resistenza, contribuendo al 10,9% della variazione nella resistenza complessiva. Per questo, secondo i ricercatori, “un aumento del 10% del PM2.5 annuale potrebbe portare ad un aumento dell’1,1% della resistenza agli antibiotici e 43.654 morti premature attribuibili alla resistenza agli antibiotici in tutto il mondo”. Per gli studiosi, sulla base di questi risultati, si può ipotizzare “un nuovo percorso per combattere la resistenza agli antibiotici controllando l’inquinamento ambientale”.

Di: Isabella Faggiano

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