Case e Ospedali di Comunità: che ruolo avranno i professionisti sanitari?

Calandra (FNO TSRM e PSTRP): “Il D.M. 77 sottolinea la natura multiprofessionale di Case e Ospedali di Comunità, ma non entra nel dettaglio della presenza di tutte le professioni sanitarie. Per un calcolo appropriato del numero di professionisti necessari in ognuna delle strutture nascenti bisogna considerare le tre macroaree d’intervento: prevenzione, tecnico-diagnostica e riabilitazione”

Sommario
  1. Case e ospedali di comunità: il documento delle professioni sanitarie
  2. E se le strutture fossero “cattedrali nel deserto”?
  3. Il capitale umano
  4. Non replicare i modelli del passato per scongiurare un fallimento

Tre miliardi di euro per realizzare, entro il 2026, almeno 1.350 Case e 400 Ospedali di Comunità, interconnessi e tecnologicamente attrezzati. Sono questi due dei principali obiettivi contenuti nella Missione 6 del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma quali professionisti sanitari popoleranno le Case e gli Ospedali di Comunità nascenti?

Case e ospedali di comunità: il documento delle professioni sanitarie

Per rispondere a questa domanda la Federazione nazionale Ordini dei Tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), in rappresentanza di 18 professioni sanitarie e 61 Ordini provinciali e interprovinciali, ha redatto un documento ad hoc, Proposte attuative del Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Questo documento – spiega Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP – rappresenta il contributo unanime che le professioni sanitarie hanno voluto offrire alle Istituzioni incaricate anche della realizzazione di Case e Ospedali della Comunità”.

E se le strutture fossero “cattedrali nel deserto”?

L’adeguata distribuzione del personale non è l’unica preoccupazione della Federazione nazionale. “Se per la realizzazione delle strutture sono stati stanziati dei finanziamenti dedicati, ad oggi nulla si sa degli investimenti da destinare all’assunzione del personale. Una lacuna che ci pone di fronte al rischio concreto di creare contenitori vuoti, delle vere e proprie cattedrali nel deserto”, dice la professionista sanitaria.

Il capitale umano

Ma c’è un altro nodo da sciogliere. Pur trovando le risorse necessarie per pagare gli stipendi di tutti i professionisti necessari a tenere in piedi 1.350 Case e 400 Ospedali di Comunità, non è detto che il capitale umano sia altrettanto ed immediatamente disponibile.

“Si parla da anni di carenza del personale sanitario, ma ad oggi non è stata ancora trovata una soluzione adeguata, che possa risolvere il problema in modo definitivo. Affinché il Sistema sanitario nazionale possa contare su un numero sufficiente di professionisti è necessario rivedere l’attuale organizzazione delle aziende, oltre che il sistema formativo. Anche in questo caso – commenta Calandra -, la stima dei posti da mettere a disposizione, ogni anno per ogni corso di laurea, dovrebbe partire da una programmazione nazionale e regionale che tenga conto del bisogno della popolazione, delle competenze necessarie (prevenzione, tecnico-diagnostica e riabilitazione) e dei modelli di organizzazione del lavoro attraverso i quali si intendono erogare servizi e prestazioni”.

Non replicare i modelli del passato per scongiurare un fallimento

Appare dunque fondamentale rivedere le modalità con cui vengono stimati i bisogni di salute della popolazione per riorganizzare sia il mondo formativo, che professionale. “Affinché la rete di assistenza territoriale proposta nel PNRR funzioni è necessario cambiare il modello organizzativo. Senza un decisivo cambio di rotta il rischio è di replicare modelli del passato che hanno già dimostrato di essere fallimentari. Passando dalla teoria alla pratica, la Casa di Comunità può funzionare a patto che non sia una imitazione della Casa della Salute della quale – conclude Calandra – abbiamo già testato limiti e criticità: le professioni sanitarie vanno responsabilizzate, fornendo loro ampi margini di autonomia, la cui unica limitazione ammissibile è la valenza funzionale dell’équipe”.

Di: Isabella Faggiano

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