Questione ILVA Taranto: punto legale

Il caso dell’ex ILVA di Taranto tornato all’attenzione dei più, grazie ad una class action di Genitori Tarantini preoccupati per la salute dei loro figli, dopo l’aver constatato la mutazione genetica in un nuovo nato.

Sommario
  1. Perché si torna a parlare del caso ILVA Taranto?
  2. Quali sono gli inadempimenti ambientali del caso ravvisati?
  3. Questione ambientale e class action: un binomio vincente

Il caso ILVA Taranto riguarda una fabbrica di produzione di acciaio situata nella città di Taranto. Nel 2012, l’azienda è stata al centro di uno scandalo ambientale legato al grave inquinamento dell’aria e del suolo nella zona circostante.

Dal punto di vista legale, la situazione ILVA Taranto ha portato a diverse indagini e procedure legali e, proprio nel 2012, l’allora amministratore delegato dell’azienda e alcuni dirigenti sono stati arrestati con l’accusa di reati ambientali, quali disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Nel 2015, l’azienda è stata condannata per disastro ambientale doloso, ma questa sentenza è stata poi annullata nel 2018 dalla Corte di Cassazione. Nel 2019, è stato firmato un decreto legislativo conosciuto come “Decreto Salvini” che ha istituito una commissione straordinaria per la bonifica dell’area e il risanamento ambientale. La Commissione ha il compito di monitorare l’azienda nell’adempimento delle misure di protezione ambientale e sanitaria e di garantire la sicurezza dei lavoratori.

L’aspetto legale della vicenda ILVA Taranto è ancora in corso e coinvolge molteplici attori, tra cui l’azienda stessa, le autorità locali, le organizzazioni ambientaliste e le parti interessate. Il caso è complesso e in evoluzione e vi sono ancora diverse questioni legali da affrontare, tra cui la responsabilità dell’azienda e delle autorità nella gestione dell’inquinamento e la tutela delle persone colpite dai suoi effetti.

Vediamo di capirne di più.

Perché si torna a parlare del caso ILVA Taranto?

Ci potrebbero essere diversi motivi per cui si torna a parlare del caso ILVA Taranto. Il primo riguarda la cronaca recente che ha visto protagonista la class action intentata dai cittadini alla Corte UE e la cui prima udienza si è celebrata lo scorso 8 novembre.

La rara mutazione genetica di un bambino ha dato il coraggio a 10 genitori di unirsi nell’associazione Genitori Tarantini e avanzare la class action, firmata da altre 136 persone. Questa particolare azione è la conseguenza di quanto accaduto nel settembre 2022, quando il tribunale societario di Milano ha sospeso il caso di ingiunzione, depositando atti presso la Corte di Lussemburgo per sollevare tre questioni circa l’interpretazione della normativa europea sulle emissioni industriali rispetto agli standard italiani.

Le richieste dei ricorrenti

La cessazione delle attività dell’area a caldo dell’ex Ilva, la chiusura delle cokerie, l’interruzione dell’attività dell’area a caldo fino all’attuazione delle prescrizioni dell’Aia e la predisposizione di un piano industriale che preveda l’abbattimento delle emissioni di gas serra di almeno il 50%: queste le richieste dei ricorrenti. L’udienza è stata aggiornata a metà dicembre, quando si conosceranno le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di Giustizia europea.

L’udienza conferma l’interesse dell’Unione Europea per il caso dell’ex ILVA ed è incoraggiante per i cittadini. Anche i giudici del tribunale delle imprese avevano ravvisato alcune criticità tra le misure italiane per l’organizzazione tecnica degli impianti e gli effetti nocivi sulla salute, chiedendo così alla Corte europea di verificarne la conformità alle normative Ue.

La questione ex ILVA è ancora aperta

Le possibili ragioni sono legate principalmente alla voglia di mettere un punto alle nefandezze industriali a discapito della salute dell’ambiente e dei cittadini. Ma questo non è l’unico motivo che ci induce a parlare di questa annosa questione. Nel settembre 2021, la Corte di Cassazione ha annullato una sentenza precedente che aveva assolto alcuni imputati nel caso ILVA Taranto e questo ha riacceso l’attenzione pubblica, donato nuova fiducia dei cittadini alla magistratura sul caso e ha sollevato nuove discussioni sulla responsabilità legale dei dirigenti dell’azienda.

L’ILVA Taranto continua ad essere uno dei più grandi stabilimenti siderurgici in Italia ed è un importante attore nell’economia del paese. Il caso ILVA ha sollevato anche interrogativi sul ruolo dell’industria siderurgica nel contesto italiano e sulla necessità di trovare un equilibrio tra la tutela dell’ambiente e la salvaguardia dell’occupazione e dell’economia locale. Le preoccupazioni ambientali legate alle emissioni industriali e agli impatti sulla salute pubblica non riguardano solo il caso ILVA Taranto, ma sono temi che stanno guadagnando sempre più rilevanza a livello globale. Quindi, l’attenzione sul caso ILVA può essere attribuita anche a una maggiore sensibilizzazione e consapevolezza del pubblico riguardo alle problematiche ambientali e alla richiesta di una gestione più sostenibile delle industrie pesanti.

Quali sono gli inadempimenti ambientali del caso ravvisati?

Tra gli inadempimenti italiani afferenti alla questione, sono state ravvisate delle violazioni precise indicate in primis dalla Corte di Lussemburgo.

Tra queste, rientrano: la violazione della Direttiva 2008/1/CE (Direttiva IPCC) su prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento; la Direttiva 89/391/CEE su sicurezza e salute sui luoghi di lavoro e la Direttiva 2004/35/Ce sulla responsabilità ambientale che sancisce il principio per cui chi inquina, paga.

Secondo la Corte UE, inoltre, gli Stati membri avrebbero dovuto rilasciare le AIA e fornire un censimento aggiornato di tutti gli impianti a rischio entro il 30 ottobre 2007, mentre l’Italia, con il D.L. n. 180/2007, prorogò il termine per l’adeguamento degli impianti esistenti alla Direttiva IPPC fino al 31 marzo 2008, trasmettendo i dati richiesti solo a fine ottobre 2009 e, con il D.Lgs. n. 155/2010, posticipò l’entrata in vigore dei valori limite di emissione al 2012, i cd. Decreti “salva Ilva”. La nota del Ministero dell’Ambiente del 2009 che comunicava alla Commissione UE di non essere in possesso dei dati sulle autorizzazioni concesse, fece derivare la condanna della Corte di Lussemburgo per inadempienza dell’Italia alla Direttiva IPPC, peggiorando ulteriormente la situazione e accendendo lo scandalo.

Il 26 ottobre 2012 il Governo, nel disporre il commissariamento dell’Ilva, già in sofferenza, concesse tuttavia la ripresa delle attività e il rilascio dell’AIA fino a marzo 2014. A sostegno anche il D.L. n. 92/2015, ora dichiarato incostituzionale, che dispose una sospensione ex lege dell’esecuzione del sequestro dello stabilimento Taranto, facendo espresso riferimento al D.L. n. 207/ 2012 (convertito in Legge n. 231/2012), riguardante disposizioni urgenti di salute/ambiente negli stabilimenti industriali strategici. La stessa iniziativa ottenne il sostegno della Commissione UE, che approvò il finanziamento di 400 milioni di euro da parte della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) tra il 2010 e il 2012, confidando, soprattutto, in risvolti positivi sulla competitività internazionale e sull’occupazione.

Nel frattempo, la Commissione UE segnalava le criticità come la mancata riduzione delle emissioni generate dalla produzione dell’acciaio, la mancanza di monitoraggio delle acque reflue, la carente gestione delle scorie e dei rifiuti speciali, l’inosservanza di tutte le Direttive in materia. Nel 2017, la Corte di Giustizia UE parlò all’Italia, minacciandola di “crimine contro l’umanità”, mentre la Corte Costituzionale sanciva l’incostituzionalità di quel decreto che legittimava l’operato violando la direttiva sulle AIA.

Oggi, la situazione è tornata ad essere presa in considerazione con la giusta attenzione, grazie alla class action dei Genitori Tarantini.

Questione ambientale e class action: un binomio vincente

La class action alla Commissione UE è considerata vincente di fronte alle questioni ambientali, principalmente per due motivi: il primo legato al carattere di forte rappresentatività che la distingue; la seconda per il tema, centrale nel mondo, e per cui si è in cerca di una soluzione globale.

Per essere più specifici, la class action permette di rappresentare un gruppo più ampio di individui che sono stati danneggiati o che hanno subito un pregiudizio a causa di violazioni ambientali o politiche inadeguate. Ciò consente a persone che altrimenti non avrebbero i mezzi o le risorse per agire singolarmente di unirsi e avanzare congiuntamente una richiesta di risarcimento o di richiesta di azioni correttive. In tal modo, la class action fornisce un’opportunità di agire collettivamente e di far sentire la voce delle persone che subiscono un impatto negativo sull’ambiente davanti alle Istituzioni, anche sovraordinate, per certi versi, rispetto a quelle nazionali.

Affrontare le questioni ambientali richiede spesso azioni a livello sistemico, decisioni politiche e regolamentari che vadano oltre i confini nazionali. La Commissione UE ha una posizione privilegiata per affrontare tali questioni, poiché può promuovere politiche comuni a livello europeo e adottare misure che coinvolgono più Paesi. Grazie alla class action, i cittadini e le organizzazioni possono chiedere alla Commissione di prendere in considerazione una questione ambientale specifica, presentare prove e fornire argomentazioni per sostenere la propria richiesta di intervento. Se la class action riesce a dimostrare la violazione delle norme o delle politiche ambientali, la Commissione potrebbe obbligare i Paesi membri UE a intraprendere azioni correttive o a rivedere le proprie politiche per risolvere la problematica.

Tuttavia, è importante notare che una class action non garantisce automaticamente una vittoria o una soluzione. La sua efficacia dipende dalla solidità delle prove presentate, dalla capacità degli avvocati di rappresentare il gruppo in modo efficace e dalla volontà della Commissione di agire o di prendere in considerazione le richieste avanzate.

Sul tema, la class action Aria Pulita di Consulcesi sta cercando di mettere in moto tutte queste dinamiche per scoprire qual è la soluzione efficace e repentina da intraprendere, non solo in Italia ma nel mondo.

Cristina Saja, giornalista e avvocato

Di: Redazione Consulcesi Club

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