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Case e Ospedali di Comunità: che ruolo avranno i professionisti sanitari?

17/03/2023

Calandra (FNO TSRM e PSTRP): “Il D.M. 77 sottolinea la natura multiprofessionale di Case e Ospedali di Comunità, ma non entra nel dettaglio della presenza di tutte le professioni sanitarie. Per un calcolo appropriato del numero di professionisti necessari in ognuna delle strutture nascenti bisogna considerare le tre macroaree d’intervento: prevenzione, tecnico-diagnostica e riabilitazione”

Case e Ospedali di Comunità: che ruolo avranno i professionisti sanitari?

Tre miliardi di euro per realizzare, entro il 2026, almeno 1.350 Case e 400 Ospedali di Comunità, interconnessi e tecnologicamente attrezzati. Sono questi due dei principali obiettivi contenuti nella Missione 6 del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma quali professionisti sanitari popoleranno le Case e gli Ospedali di Comunità nascenti?

 

Case e ospedali di comunità: il documento delle professioni sanitarie

 

Per rispondere a questa domanda la Federazione nazionale Ordini dei Tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), in rappresentanza di 18 professioni sanitarie e 61 Ordini provinciali e interprovinciali, ha redatto un documento ad hoc, Proposte attuative del Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Questo documento – spiega Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP – rappresenta il contributo unanime che le professioni sanitarie hanno voluto offrire alle Istituzioni incaricate anche della realizzazione di Case e Ospedali della Comunità”.

 

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Cosa dice il D.M. 77

 

È il  D.M. 77, il Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale ad indicare i professionisti che lavoreranno all’interno delle strutture realizzate per rafforzare la rete di cura e assistenza intermedie. “Tuttavia – sottolinea Calandra – il decreto, pur evidenziando la natura multidisciplinare e multiprofessionale di Case e Ospedali di Comunità, non specifica il ruolo fondamentale di molte delle professioni che confluiscono nella nostra Federazione nazionale”.

 

Chi lavorerà in Case e Ospedali di Comunità

 

“Solo per alcune aree è espressamente indicato il numero di professioni che dovrà essere presente in ciascuna Casa o Ospedale della Comunità in relazione al numero di abitanti che popolano una determinata area – continua la presidente Calandra -. Mentre per alcune professioni è chiaro il numero di operatori che lavoreranno in queste strutture, come per il personale di supporto sanitario e amministrativo, mancano indicazioni puntuali per la maggior parte delle altre figure dell’équipe multiprofessionale necessaria alla realizzazione del progetto che prevedere l’implemento della rete territoriale di cura e assistenza. Tale attuale assenza rende indispensabile la loro determinazione in funzione di quel che in quei contesti si intenderà realizzare ed erogare”.

 

Come calcolare il fabbisogno di professionisti sanitari?

 

Ma calcolare quanti professionisti sono necessari all’interno di ognuna di queste strutture nascenti non è affatto semplice ed immediato. “Se per alcune professioni la stima può essere effettuata in base al numero di cittadini presenti nell’area in cui sorgerà la Casa o l’Ospedale di Comunità, per altre il calcolo non è così immediato”, sottolinea la presidente della FNO TSRM-PSTRP. Per un conteggio appropriato è necessario distinguere le tre macroaree in cui operano i professionisti sanitari: prevenzione, tecnico-diagnostica e riabilitazione.

 

“Pensiamo a tutti i professionisti che, come ad esempio i tecnici di radiologia o i tecnici di laboratorio, utilizzano specifiche apparecchiature per svolgere la propria attività. In questo caso – spiega Calandra – le unità di professionisti sanitari da impiegare risentirà sia del numero di strumentazioni in dotazione alla struttura sanitaria che della loro complessità, oltre che del numero di ore di attività giornaliere di apertura dei servizi all’utenza”.

 

Riabilitazione e prevenzione

 

Il discorso cambia ulteriormente se il calcolo riguarda le professioni sanitarie che operano nell’ambito della riabilitazione. “In questo caso – commenta Calandra – sarà necessario tenere presente il reale fabbisogno della popolazione, che può variare da un territorio all’altro della Penisola, in funzione dell’ambiente. Ancora, per stimare quanti professionisti impiegare nell’area della prevenzione, invece, sarà necessario tenere presente l’intero bacino di utenza della Casa o dell’Ospedale di comunità più che dei bisogni di salute individuali. La prevenzione, infatti, anche se in misura e maniera diversa a seconda dell’età anagrafica, riguarda l’intera popolazione”.

 

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E se le strutture fossero “cattedrali nel deserto”?

 

L’adeguata distribuzione del personale non è l’unica preoccupazione della Federazione nazionale. “Se per la realizzazione delle strutture sono stati stanziati dei finanziamenti dedicati, ad oggi nulla si sa degli investimenti da destinare all’assunzione del personale. Una lacuna che ci pone di fronte al rischio concreto di creare contenitori vuoti, delle vere e proprie cattedrali nel deserto”, dice la professionista sanitaria.

 

Il capitale umano

 

Ma c’è un altro nodo da sciogliere. Pur trovando le risorse necessarie per pagare gli stipendi di tutti i professionisti necessari a tenere in piedi 1.350 Case e 400 Ospedali di Comunità, non è detto che il capitale umano sia altrettanto ed immediatamente disponibile.

 

“Si parla da anni di carenza del personale sanitario, ma ad oggi non è stata ancora trovata una soluzione adeguata, che possa risolvere il problema in modo definitivo. Affinché il Sistema sanitario nazionale possa contare su un numero sufficiente di professionisti è necessario rivedere l’attuale organizzazione delle aziende, oltre che il sistema formativo. Anche in questo caso – commenta Calandra -, la stima dei posti da mettere a disposizione, ogni anno per ogni corso di laurea, dovrebbe partire da una programmazione nazionale e regionale che tenga conto del bisogno della popolazione, delle competenze necessarie (prevenzione, tecnico-diagnostica e riabilitazione) e dei modelli di organizzazione del lavoro attraverso i quali si intendono erogare servizi e prestazioni”.

 

Non replicare i modelli del passato per scongiurare un fallimento

 

Appare dunque fondamentale rivedere le modalità con cui vengono stimati i bisogni di salute della popolazione per riorganizzare sia il mondo formativo, che professionale. “Affinché la rete di assistenza territoriale proposta nel PNRR funzioni è necessario cambiare il modello organizzativo. Senza un decisivo cambio di rotta il rischio è di replicare modelli del passato che hanno già dimostrato di essere fallimentari. Passando dalla teoria alla pratica, la Casa di Comunità può funzionare a patto che non sia una imitazione della Casa della Salute della quale – conclude Calandra – abbiamo già testato limiti e criticità: le professioni sanitarie vanno responsabilizzate, fornendo loro ampi margini di autonomia, la cui unica limitazione ammissibile è la valenza funzionale dell’équipe”.

 

Isabella Faggiano, giornalista professionista