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Ex specializzandi: la Cassazione dice sì ai rimborsi agli ante 1983

Per il “Paese delle cause perse” il conto rischia di farsi sempre più salato. Come conferma un recente studio Demoskopica sui contenziosi causati dagli errori della Pubblica Amministrazione, lo Stato – dal 2010 ad oggi – ha già dovuto pagare oltre 2 miliardi di euro, sborsando più di 150 milioni solo negli ultimi mesi. Si tratta di una cifra destinata a crescere in modo esponenziale anche in virtù della recente sentenza della Cassazione (n. 17434/2015) del 2 settembre di quest’anno sulle borse di studio negate ai medici. Ad annunciarlo è Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, che rappresenta oltre 70mila ex specializzandi nei procedimenti davanti ai giudici. 

Con la sentenza n. 17434/2015 del 2 settembre – spiega il presidente di Consulcesi, Massimo Tortorellala Corte di Cassazione, rettificando espressamente il precedente negativo orientamento, in accoglimento delle nostre tesi, ha stabilito che i risarcimenti spettano anche a tutti i medici che ancora frequentavano corsi di specializzazione alla data del 31 dicembre 1982. Dunque potranno agire per ottenere i rimborsi anche tutti coloro hanno conseguito il diploma di specializzazione dopo tale data, indipendentemente dall’anno di iscrizione, godendo degli stessi diritti di quanti si sono iscritti dal primo gennaio 1983″.

Nello specifico – spiegano i legali – la sentenza della Cassazione sostiene infatti che l’esclusione degli “ante 1° gennaio 1983” non trova alcun riscontro nelle direttive comunitarie in materia e si pone in aperto contrasto con il principio comunitario della c.d. applicazione retroattiva e completa delle misure di attuazione della norma comunitaria. Pertanto la limitazione introdotta si qualifica come un comportamento antigiuridico nell’ambito dell’ordinamento comunitario. Essendo il rapporto del medico un rapporto di durata, nell’ambito del diritto interno trova applicazione il principio secondo cui la norma giuridica sopravvenuta disciplina completamente il rapporto in corso, allorché, sebbene sorto anteriormente, non abbia ancora esaurito i suoi effetti”.

Le conseguenze di questa sentenza sono importanti perché aumenta esponenzialmente la platea dei potenziali ricorrenti e quindi il rischio che l’esborso complessivo per lo Stato superi gli attuali 4 miliardi già stimati. Un motivo in più per accelerare l’iter parlamentare dei tre Ddl attualmente in discussione che propongono un accordo transattivo, valido per chi avrà precedentemente presentato ricorso. Una soluzione chiesta già a gran voce da migliaia di medici che hanno firmato nelle scorse settimane una petizione on line sul sito Consulcesi e che sposerebbe appieno le intenzioni del premier Matteo Renzi e del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, sempre più decisi ad evitare che interessi, more e spese legali facciano ulteriormente lievitare i costi dello Stato di fronte a casi, come appunto quello degli ex specializzandi, dove la giurisprudenza è ormai consolidata e totalmente favorevole ai ricorrenti. 

In tal senso è significativo quanto dichiarato recentemente dal sottosegretario alla Salute Vito De Filippo ai microfoni della testata Sanità informazione, a cui ha rivelato che “è attualmente in atto un’attentissima valutazione tecnica e, di conseguenza, finanziaria sul tema”, aggiungendo poi: “Vedremo nelle prossime settimane gli esiti di questo approfondimento. Senza dubbio faremo in modo che i diritti che possono essere riconosciuti lo siano presto“. Una presa di posizione netta, quella del Sottosegretario, che ricalca quella che il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, aveva rilasciato solo alcuni mesi fa: “Va trovata una soluzione e snellito l’iter per ottenere i rimborsi per gli ex specializzandi perché, se da un lato lo Stato chiede ai cittadini di pagare le tasse, dall’altro deve pagare quando è chiamato a farlo”.

L’accordo transattivo – chiosa il presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella – rappresenta senza dubbio la strada migliore per tutelare correttamente i medici danneggiati e, allo stesso tempo, salvaguardare le finanze pubbliche. Si tratta di riconoscere un diritto certo e, dall’altra parte, di contribuire alla riduzione degli sprechi che sta perseguendo il governo“.

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