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Facevo prelievi e guardie mediche per sbarcare il lunario. Un medico rimborsato si racconta…

il racconto dell’ematologa. “Stavamo in reparto tutti i giorni senza incassare una lira”

“Trent’anni giusti”, sorride la dottoressa Daniela Malargò, osservando l’assegno della Banca d’Italia che rimborsa i 34mila euro della sua specializzazione: “L’ho iniziata nel 1987”. Ematologia al Policlinico di San Matteo di Pavia. Ha lasciato gli ospedali quindici anni fa, la borsa di studio le arriva a Sesto San Giovanni dove esercita in libera professione, poco prima di compiere 55 anni.

Deve essere stato un bel problema

Altroché. E uno dei motivi l’ho scoperto solo stamattina (ieri, ndr): non ho avuto occasione di andare a lavorare all’estero, ma altri colleghi hanno avuto problemi a farsi riconoscere la specialità. Penso sia drammatico trovarsi con un titolo non parificato per un’inadempienza economica dello Stato”.

Perché non avevate nient’altro di meno rispetto ai colleghi stranieri, giusto?

“Infatti. Non abbiamo avuto la borsa di studio, ma l’adeguamento alla normativa europea è partito per tutto il resto: proprio dall’87 la specializzazione in Ematologia è passata da tre a quattro anni, con frequenza obbligatoria. Dovevamo essere in reparto tutti i giorni”.

Come un lavoro vero, a parte i soldi.

“Fortunatamente i nostri capi erano comprensivi, e ci permettevano di organizzarci in qualche modo per fare i lavoretti: i prelievi al mattino, le guardie mediche, i servizi di notte col gettone al centro trasfusionale…Ma ad esempio le sostituzioni mutualistiche, cioè dei medici di famiglia, ci erano precluse”

E dipendevate dalla clemenza del primario. Le come se la cavò?

“Sono stata più fortunata di altri, perché sono subentrata a un collega che era stato assunto ho preso la “coda” di una borsa di ricerca: avevo un primario lungimirante, faceva partecipare più persone in modo che fossimo già in graduatoria. Ma ai tempi le borse venivano erogate per due anni al massimo, poi per un anno non potevi aver nulla: io non ho più visto una lira. Solo l’ultimo anno sono riuscita a fare le guardie, per il resto mi aiutavano mamma e papà, con grandi sacrifici. Sono stati anni duri. E a differenza degli specializzandi di oggi, non avevamo copertura legale; il nostro ruolo non era riconosciuto”.

Ha anche perso il ricorso in primo grado.

“E mi chiedo come ho potuto! Forse perché i giudici alla fine sono umani…All’inizio non avevamo grandi informazioni, io ero scettica da prima e a quel punto volevo mollare. Per fortuna i legali Conusulcesi mi hanno convinta, e ho vinto in appello. Sa, credo molto nei doveri, ma qui si tratta del riconoscimento di un diritto. Non può essere tutto calpestato”

Che farà col risarcimento?

“Un viaggio. Ma una parte la userò per strumentazioni nel mio studio: voglio che ne beneficino anche i miei pazienti”.

 

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