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Operatori sanitari contagiati da Covid, la sfida impossibile al contenimento del virus

09/10/2020

Operatori sanitari contagiati da Covid, la sfida impossibile al contenimento del virus

Una recente analisi dell’INAIL evidenzia come oltre l’80% dei contagi sul lavoro riguardi medici e operatori sanitari in ambito ospedaliero e all’interno di ASL, RSA, cliniche, istituti, politecnici universitari. Le vittime sono il 30% del totale.

Gli operatori sanitari sono indiscutibilmente la categoria di lavoratori più esposta al rischio di contagio da Covid19, sotto pressione su tutti i fronti a causa dell’emergenza sanitaria.  

Da un lato, gli operatori sanitari del nostro Paese hanno dovuto affrontare e gestire la crisi “a mani nude”, seppur con le protezioni,  in prima linea e con risorse carenti nelle prime fasi della pandemia. Successivamente, pur essendosi la situazione stabilizzata a partire dalla fase 2, l’endemica carenza di personale ha costretto i lavoratori della sanità a dare il tutto per tutto, con un orizzonte di incertezza sulle misure di contenimento del rischio e di screening dello stato di salute.

Il virus circola negli ambienti ospedalieri, com’è ovvio che sia.
La categoria di operatori che in assoluto rischia di più e che ha dato il contributo più alto al conteggio delle vittime  è quella dei tecnici della salute, di cui la maggior parte  sono infermieri, seguiti da medici, OSS, OSA e personale non qualificato.
Le Unità Operative a più alto rischio di contatti con pazienti COVID positivi sono i servizi territoriali afferenti all’emergenza (118), i Pronto Soccorso, i reparti di Malattie infettive, Radiologia e diagnostica per immagini, Rianimazione.

Le rimanenti branche specialistiche chiudono la classifica per quanto riguarda i veri e propri operatori sanitari, aprendo un secondo capitolo per i lavoratori con altri ruoli nel settore della sanità, dagli impiegati amministrativi ai ricercatori.

Una menzione a parte va fatta invece sulla tutela dei “soggetti con particolari situazioni di fragilità” dei quali il medico competente fa segnalazione senza che siano chiare le misure di tutela aprendo la possibilità a futuri scenari di contenziosi giudiziari.

L’infezione da Covid viene considerata dall’Inail infortunio sul lavoro e come tale rientra nelle garanzie di sicurezza a carico del datore. Sul punto sono stati sollevati diversi dubbi e obiezioni che emergono dall’accertamento della circostanza in cui il lavoratore abbia contratto l’infezione.

Il nesso tra lo svolgimento dell’attività lavorativa, la comprovata esposizione al rischio e la positività ai test effettuati è il requisito necessario per l’ammissibilità alla tutela Inail. Restano quindi esclusi tutti i casi in cui un operatore sanitario sia in quarantena per probabile contagio avvenuto al di fuori dell’attività lavorativa e del percorso casa-lavoro. Queste incertezze sono proprie di un rischio biologico aggravato potenzialmente contraibile in innumerevoli situazioni è per questo che spetta all’INAIL quale Ente assicuratore il riconoscimento o meno del nesso di causalità fra la malattia da infezione da COVID 19 e l’occasione di lavoro.

Le ASL stanno vivendo sicuramente mesi di grande pressione per la gestione dei lavoratori contagiati.

In primis, la mancanza di omogeneità nei protocolli da attuare, che variano da Regione a Regione e spesso anche a livello territoriale nelle diverse ASL e nei diversi istituti, provoca l’impossibilità di verificare l’aderenza a uno standard definito di gestione e contenimento del rischio.

In particolare l’emergenza sanitaria e la necessità di mantenere una adeguata forza lavoro attiva nel settore, allarga le maglie dei follow up sui lavoratori che rientrano dopo l’infezione, con il Protocollo fra il Governo e le parti sociali (allegato al DPCM 26/04/2020, successivamente al DPCM 17/05/2020, infine al DPCM 11/06/2020) che esclude chiaramente gli operatori sanitari dalla visita obbligatoria una volta reinseriti sul posto di lavoro, a meno che non siano stati ospedalizzati o che richiedano espressamente la visita del medico competente per esposizione a rischio biologico generico aggravato.

Anche nei corridoi della sanità quindi si tratta di mettere in atto uno sforzo condiviso, come in tutti gli ambiti della società, per contenere il rischio di contagio.
La principale indicazione rimane un appello alla responsabilità e all’accortezza del singolo individuo, seppur esposto in prima linea per combattere la pandemia.